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Prosecco patrimonio Unesco. Cultura, mercato, ambiente: un equilibrio complesso.

Dal reparto progetti di sviluppo per le imprese agricole di C2B4FOOD, una riflessione sul Prosecco patrimonio Unesco.
“L'Italia brinda alle colline del prosecco, ora patrimonio dell'Umanità” (La Repubblica, 7 luglio 2019, di Gaia Scorza Barcellona).

“Le colline del prosecco patrimonio Unesco sono una sciagura. E' la standardizzazione dei prodotti che minaccia il nostro vero patrimonio enologico, ossia la varietà” (Il Foglio, 8 luglio 2019, di Camillo Langone)
 “Colline del prosecco patrimonio Unesco: «Solo un'operazione di business». Esce dal coro del consenso l’Associazione Guide Turistiche Italiane.“ (Treviso Today, 8 luglio 2019).
“Pesticidi, la marcia per la messa al bando. Ambientalisti contro il riconoscimento dell’Unesco alle colline del Prosecco” (Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2019, di Giuseppe Pietrobelli ).

Sono solo alcuni dei commenti apparsi su quotidiani e pubblicazioni online a seguito della recente candidatura e quindi qualifica del territorio in questione a Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco. Ed è solo un esempio delle possibili diversità di vedute che possono generarsi da un fenomeno culturale ed economico, in questo caso riferito ad un prodotto, seppure indiretto, dell’agricoltura. Volontà identitarie, legittimi obiettivi di profitto, posti di lavoro, attrattività turistica del luogo e indotto, possono venirsi a scontrare sia con diverse visioni di sviluppo e di interessi - modi diversi di concepire il prodotto ad esempio o di colture concorrenti - ma anche con concreti aspetti ambientali e di tutela della salute. Di converso, come un forte sviluppo delle produzioni agricole, sovente con parallelo spiazzamento di specie precedentemente coltivate, porti a riassestamenti del territorio e condizionamenti che riguardano non solo il benessere economico delle persone e delle comunità, ma anche quello fisico, sia esso reale o percepito. Il problema è sempre quello di una valutazione del benessere di una comunità in senso esteso. E cioè che consideri non meramente la profittabilità economica delle imprese interessate - i produttori nel caso di specie di uva, le cantine, le aziende distributrici, la filiera, insomma -, ma anche gli impatti economico e sociali sulla comunità coinvolta. Se è certo che una parte della popolazione sarà certamente positivamente influenzata, è altrettanto chiaro che ci potranno essere delle cosiddette esternalità negative che si scaricheranno su altri soggetti. I quali altri si troveranno ad avere sostenuto i costi “sociali”, senza neppure condividere i vantaggi.
Non è quindi inusuale la lettura di titoli ed articoli di contenuto così evidentemente stridente. L’equilibrio tra interesse privato, mercati, ambiente e salute è una questione da sempre centrale nella vita dell’uomo. L’unica differenza che oggi abbiamo, rispetto a solo qualche decennio fa, mezzi di comunicazione di massa e di informazione con una capacità di impatto enormemente superiore, che accrescono la consapevolezza e la conoscenza delle persone. Talvolta distorcendola.

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