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Plastica, il nemico pubblico n. 1!

Tempo fa c’è stato qualche bontempone che ha definito Greta la giovane attivista svedese, “una rompiballe” solo perché ha portato in giro per il pianeta le sue preoccupazioni e i suoi ideali verso l’ambiente. Materiali riciclati e/o riciclabili, negozi dove sono stati aboliti gli imballaggi e vendono tutti i prodotti sfusi. Vediamo cosa si sta facendo nel settore ortofrutticolo per ridurre i rifiuti plastici.

Si lo ammetto!

È già il secondo articolo di seguito in cui tratto, in un qualche modo, dell’impatto che l’attività umana ha sull’ambiente. Infatti nel mio precedente articolo, Agricoltura in città, ho riportato alcuni esempi di come la riduzione della lunghezza della filiera di frutta e verdura, può contribuire a portare benefici sociali e ambientali.

In questi ultimi anni, grazie anche al rumore mediatico che si è alzato intorno ai problemi causati dell’inquinamento, si sono un po’ tutti riscoperti ambientalisti.

Io aggiungerei, alla buonora!

Oggi viene considerato il nemico pubblico numero 1 di questo rinato sentimento ambientalista, la plastica e le conseguenze della sua dispersione nell’ambiente.

Non per essere catastrofico, ma solo realista sulla situazione in ci troviamo.
Riporto alcuni numeri che rendono bene l’idea della quantità di rifiuti plastici prodotti.

  • Dati ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) relativi al 2017 affermano che mediamente un italiano produce in media 700 kg/anno di rifiuti, di cui l’11% è costituito da plastica.
  • Nel 2017 solo il 41% (secondo COREPLA) degli imballaggi sono stati effettivamente trasformati in nuovi oggetti, contenitori o imballaggi.
  • Greenpeace afferma che ogni anno i supermercati in Gran Bretagna producono circa 800˙000 tonnellate ogni anno di plastica.
  • Secondo una ricerca di Eunomia, le cannucce di plastica usate in Italia sono stimate a circa 2 miliardi l’anno (stima secondo i dati messi a disposizione da McDonald’s) e in America almeno 20 miliardi (dati dell’associazione statunitense dei produttori di plastica); facendo due calcoli negli USA vengono usate, di conseguenza buttate, ogni giorno oltre 50 milioni di cannucce.

 

Dati veramente impressionanti, se si considera che la stragrande parte della plastica della plastica è usa e getta, come ad esempio imballaggi di ogni genere, le già citate cannucce, i cotton fioc, bottiglie e contenitori!

Ma la domanda che mi pongo io è una, quanto senso ha utilizzare la plastica per cibi o bevande?
Pur sapendo che una volta che il prodotto viene consumato andranno buttati nel cestino, o nel Rusco come si dice a Bologna.

Certamente la plastica ad uso alimentare ha i suoi innumerevoli vantaggi, ma come riportano i dati di forniti da COREPLA, quasi il 60% della plastica non subisce un processo di riciclaggio e di conseguenza non viene reintrodotta in mercato, per colpa di una carenza di strutture idonee a tali lavorazioni

Quindi non esiste un sistema efficiente di economia circolare per la plastica.

Il settore agroalimentare come si sta muovendo per trovare una soluzione alternativa all’impiego della plastica?

In molti si stanno dirigendo verso l’impiego di materiali alternativi e riciclabili.

La catena di supermercati Todis (distribuiti al centro-sud) ha lanciato a inizio giugno per la frutta e verdura a proprio marchio, la linea “A tutto sapore”, progetto completamente senza plastica che prevede l’impiego di confezioni in cartone, completamente riciclabili e brandizzabile.

Anche Val Venosta con il segmento Bio, ha adottato la soluzione offerta da Blizmatic, cioè vassoi mono-materiale, in cartone o in cartone con il 40% carta d’erba, che possono essere completamente riciclati.

La soluzione di una catena di supermercati tailandese Rimping, è diventata virale in internet nei mesi scorsi. Hanno sostituito gli imballaggi di plastica per frutta e verdura con delle foglie di banano. Soluzione veramente geniale ma non del tutto innovativa, in quanto nei paesi tropicali queste foglie sono utilizzate non solo nelle cerimonie e durante le offerte religiose ma anche in cucina per servire i piatti tipici della tradizione e al posto dii pellicola o carta stagnola per il trasporto di cibo take away. Materiale completamente organico che dopo l’uso è completamente compostabile.

Altri hanno puntato su materiali riciclati.

Il Best Packaging 2019 assegnato dall’Istituto Italiano Imballaggi e CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), nella categoria ambiente, è stato vinto da Coop Italia con la sua vaschetta con coperchio per l’ortofrutta in R-Pet. La vaschetta è costituita per l’80% da materiale plastico riciclato, è stata valutata molto interessante perché rappresenta la chiusura del cerchio del riciclo della plastica.

Anche la Società Agricola Orticoltura Antonio Gandini S.S., azienda produttrice di pomodori fuori suolo, dopo anni di ricerca e sviluppo, hanno adottato diverse tipologie di imballaggi per i suoi prodotti dalle confezioni in R-Pet alle confezioni ecocompostabili.

GDO a zero plastica.

In Italia il tema è sicuramente al centro dell’agenda degli uffici di comunicazione di moltissime catene di negozi. Ma è all’estero che l’impegno verso l’ambiente si sta veramente materializzando.

Morrisons in Inghilterra ha dichiarato guerra alla plastica, e dopo 10 mesi di sperimentazione in alcuni negozi ha dichiarato che entro la fine del 2019 dedicherà una zona senza plastica all’interno del reparto ortofrutta dei suoi 60 negozi, garantendo 127 referenze di frutta e verdura sfusa.

Altri sono stati più radicali nella loro scelta.

The Zero Market a Denver, il negozio online The Package Free Shop hanno solo prodotti confezionati con materiali biodegradabili o riciclabili. Quelli con produzione di plastica pari a zero sono presenti in Olanda con i negozi Ekoplaza e in Gran Bretagna con i punti vendita di Earth.Food.Love.

Invece c’è anche chi ha puntato su prodotti venduti sfusi, alcuni esempi come l’inglese Waitrose e la newyorchese The Fillery.

Come dimostrano questi esempi virtuosi, si sta facendo tanto per evitare di dare il colpo di grazia a questo sgangherato (per colpa nostra) pianeta. L’unica cosa da fare è capire che bisogna cambiare stile di vita, abitudini e abbandonare queste comodità, che si sono dimostrate un vero cancro per l’ambiente.

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