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Finanza e filiera nel settore agricolo

Da tempo le organizzazioni di categoria del settore agricolo hanno manifestato sensibilità o almeno interesse ad uscire da una concezione monodirezionale - l’impresa agricola – per arrivare a considerare la filiera e non solo la categoria specifica in cui la specifica azienda opera.

Il rischio nelle dichiarazioni di principio è che appunto siano di principio o di etichetta. Sviluppo, filiera, sinergia, integrazione ecc. In linea di, appunto, principio va tutto bene. Ma chi investe, chi rischia capitale, chi lavora direttamente in un’impresa deve individuare un punto di caduta sostanziale, individuabile, realistico e che in definitiva remuneri il capitale investito in ragione del rischio assunto. C’è una certa curiosità del mondo finanziario per il settore, purché l’oggetto dell’investimento riesca a catturare valore. E non sia troppo dipendente di un attore (della filiera) molto più strutturato e potente e che inevitabilmente ne condiziona lo sviluppo e i margini di manovra. Questo aspetto risulta da subito evidente ad un investitore, per quanto esso - finanziaria di investimento, fondo, privato aduso alla valutazione del rischio – possa apprezzare la bontà del prodotto o la robustezza imprenditoriale e organizzativa della società in cui sta valutando di investire.

Un’impresa agricola che controlli o incida solo di un limitato segmento della filiera, che non abbia voce in capitolo e conoscenza sui segmenti precedenti -  e passi – ma soprattutto su quelli successivi – prezzo, quantità, visibilità del marchio - ovvero la distribuzione, la conoscenza della clientela, la segmentazione e diversificazione della stessa al fine di contenere o auspicabilmente ridurre il rischio, si trova in una posizione simile a quella dei terzisti del settore tessile degli anni 70/80 monocliente (o quasi…) che di fatto erano imprese-dipendenti in balia delle decisioni di investimento del gruppo cui vendevano il 90 o anche il 100 per cento della propria produzione. Formalmente imprese, di fatto reparti produttivi sacrificabili agilmente nei periodi di difficoltà ciclica.

Le etichette, quindi, possono essere fuorvianti. Al di là delle dichiarazioni di principio, l’investitore specializzato o generalista vuole capire quali siano i gradi di libertà o indipendenza dell’impresa nella generazione di valore e i rischi che l’attuale imprenditore, e chi andasse ad investire, si prenderebbe a seconda del ruolo ricoperto dall’impresa agricola all’interno della filiera. Il rischio non è solo quello di “troppi capitali e poche idee imprenditoriali”, come si sente dire a proposito del settore. Ma di troppi capitali, e poche idee imprenditoriali con profili di rischio e quindi redditività attese - ponderate dal rischio – attraenti per l’investitore. Idee-prodotto, magari ci sono. Idee-azienda, meno.

In questo senso la mancanza di consapevolezza del rischio da parte dell’imprenditore non è elemento che tranquillizzi l’investitore finanziario. Il conforto dell’investitore passa ovviamente non solo dal posizionamento dell’impresa nella filiera, ma anche da altri fattori che contribuiscono pesantemente alla creazione del valore dell’impresa stessa e quindi nell’interesse degli investitori. Uno per tutti, il branding, la riconoscibilità del prodotto - che richiede investimenti – che dovrà garantire affidabilità, qualità, quindi prezzo. E, conseguentemente, valore.

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