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L’educazione finanziaria serve (anche all’impresa agricola)?

“L’alfabetizzazione finanziaria dei risparmiatori, oltre a costituire per loro una prima difesa, rafforza l'ambiente in cui le diverse istituzioni sono chiamate a operare" (I.Visco, Banca d’Italia, 15 settembre 2017)

Oltre ad essere condivisibile, è una affermazione di fonte autorevole  e potrebbe, dovrebbe, essere ovvia. La sua importanza è sotto gli occhi di tutti in questi tempi caratterizzati da collassi finanziari, non sempre opportunamente “vigilati”. Fenomeni peraltro da sempre avvenuti nella storia oltre che capitalistica, umana, seppure in altre forme. Carestie, epidemie, crisi di produzione agricola.

La domanda è: sarebbe utile da parte dell’impresa agricola una maggiore consapevolezza e conoscenza dei principi alla base del funzionamento - anche finanziario  - di qualsiasi attività economica?

Certamente si. La conoscenza finanziaria influenza le scelte a cui è collegato il benessere delle imprese e quindi delle persone che vi lavorano,  delle famiglie di cui queste persone fanno parte. La mancata comprensione del disegno più ampio -  non solo l’attività corrente, ma anche la prospettiva dell’investimento -  può mettere a repentaglio sia l’equilibrio economico dell’attività che la qualità della vita e la tenuta del sistema.

Ancor oggi si confondono gli investimenti con il risparmio. Quando il primo è l’utilizzo che si fa del secondo. Con la conseguenza che si ritiene che avendo risparmiato con il proprio lavoro ed avendo “investito” quel risparmio in un portafoglio di impieghi – con differenti livelli di rischio, magari anche allettanti  o presentatici come tali - ci sia una entità terza, illuminata e onniscente,  che debba assicurare il rendimento prospettato e, a maggior ragione, il capitale.

Questo non è mai stato, in realtà, nella storia dell’uomo. Ci sono dei principi fondamentali dell’economia che automaticamente associano il rischio al rendimento. Il cosiddetto investimento privo di rischio in realtà non esiste.

Se così è per i mercati regolamentati e, teoricamente, vigilati, non potrà che essere così anche per gli investimenti di cui si compone un’azienda agricola, dai terreni alle infrastrutture, alle attrezzature, ai macchinari, alle eventuali spese di ricerca.

Questo problema è reale nel nostro Paese. Secondo recenti statistiche e studi (OCSE, Consob) l’Italia è tra le ultime classificate nel particolare comparto della conoscenza dei principi base finanziari. E non si parla di sofisticati modelli di valutazione, ma dei principi di funzionamento di una “intrapresa economica”, della razionale comparazione tra utilizzo di risorse finanziarie (o reali) e rendimento/rischio associati con essa.  La delicatezza dell’argomento ha portato, per esempio, Coldiretti a lanciare recentemente un piano formativo per gli imprenditori agricoli.

L’educazione elimina il rischio? Certamente no. Andare in montagna o per mare comporta sempre un rischio, che può essere limitato, circoscritto, monitorato avendo alla base la preparazione e la conoscenza.

L’educazione finanziaria, quindi, come ogni ambito dell’attività umana richiede una conoscenza, più o meno sviluppata a seconda della propria attività e del ruolo. Tale conoscenza elimina il rischio?  Ancora, no. Ma consente di assumere decisioni informate, e talvolta un investimento non effettuato si può rivelare una eccellente decisione finanziaria.

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