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Agricoltura ed economia circolare: veramente una novità?

 “Economia circolare è una locuzione che definisce un sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo garantendo dunque anche la sua ecosostenibilità.” Wikipedia


Dalla produzione di tessuti in pelle vegetale utilizzando gli scarti di produzione vitivinicola, a quelli ottenuti dalle bucce di arancia. Dalla trasformazione dei rifiuti del riso alle vernici, sino alla produzione di tinture naturali dai rifiuti agricoli e alimentari.

«L’Italia ha il potenziale per essere un leader nel settore dell’economia circolare a partire da alcuni settori per cui è famosa nel mondo: moda, cibo, agricoltura e design……un’opportunità grandissima: le nuove generazioni hanno la possibilità di ricostruire l’economia cambiando il sistema, usando ad esempio nuovi materiali innovativi e l’internet delle cose per costruire qualcosa di migliore e resiliente» (Ellen MacArthur, dell’omonima fondazione). Molto condivisibile, sensato, pure stimolante. Ma, se si può dire, non è nulla di realmente nuovo, se consideriamo solo il suo principio strettamente economico. Quelli bravi l’han sempre fatto: quel che si fa del maiale, del quale si utilizza tutto, si butta nulla. Certo, con una pennellata di innovazione e Hi-tech, un utilizzo dei termini in voga, la resilienza, la sostenibilità, l’adeguamento e la considerazione di metodi, principi e strumenti IT che solo 10 anni fa erano impensabili. Ma il principio è il medesimo dalla notte dell’uomo, sprecare nulla, perché le risorse erano e sono per definizione scarse. Utilizzare al massimo tutto quanto si abbia a disposizione, anche e soprattutto gli scarti, in maniera efficiente. Sino alla sua aberrazione, ovvero usare tutto, troppo, senza remore, perché c’è abbondanza. E forse qui c’è la vera novità culturale: utilizzare e trasformare considerando attentamente l’impatto sociale ed ambientale che quell’attività di recupero va a generare. Diversamente si giustifica tutto, pure ad esempio le concerie anni settanta con scarichi a vista in talune aree del Paese. E falde inquinate e inquinamento eccetera. E il problema, di questa o di quella industria, non si è annullato, probabilmente si è solo spostato – parzialmente - da altre parti, si pensi a all’inquinamento di molti fiumi ed aree circostanti ad esempio nei vicini Balcani.

Le imprese agricole devono quindi imparare ad integrare le loro fonti tradizionali di reddito con quelle ancillari e complementari. E non per mera virtuosità - che già sarebbe cosa buona e giusta - ma perché questo determina una doppia fonte di ricavo: una per la cessione del prodotto di scarto, che qualcun altro, se non l’imprenditore agricolo, potrà utilizzare proficuamente nei modi esemplificativi descritti. L’altra, perché uno scarto prelevato da terzi è un costo diretto – di smaltimento – non sostenuto. Ma è anche, seppure parzialmente perché nulla si crea e nulla si distrugge, un minor costo sociale per la gestione di quello scarto lungo la catena della gestione del rifiuto. Quel che non si inquina non si dovrà bonificare.

Vi è a latere un problema imprenditoriale e finanziario, strutturale. Comunque una iniziativa, sia essa diretta o indiretta, di riutilizzo di scarti di produzione agricola comporta un’attenta valutazione della sostenibilità e redditività dell’investimento. Come pure il reperimento delle risorse finanziarie necessarie ad implementare quella che è una operazione di taglio agricolo solo per le materie prime utilizzate, ma quasi sempre è un’attività di tipo produttivo-industriale. Non è che perché si utilizzino materiali di scarto l’operazione non costi: dovrò sempre impiegare tempo, risorse umane e finanziarie. Quindi, impianti, attrezzature, valutare mercati, la concorrenza, i regimi autorizzativi, le norme di settore ecc.  Spesso, non sempre, con investimenti ad alta intensità di capitale. Rischiare danaro, quindi.

Servono quindi, idee, certo, ma anche e poi capacità di implementarle, risorse umane ed intellettuali adeguate e pure consapevolezza della necessità di definire un credibile e sensato piano sviluppo da sottoporre ad investitori e finanziatori per reperire risorse finanziarie, senza le quali anche la migliore idea rimane su carta.

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